Michelle rap
Tutti sanno che in famiglia quello infaticabile quando si tratta di cambiare il mondo non è lui, Barack, ma lei, Michelle. Non c’è bisogno di aver letto il racconto a tinte morbide del lavaggio dei panni sporchi della Casa Bianca fatto da Jodi Kantor e pubblicato con un titolo da telefilm anni Ottanta, “The Obamas”, per sapere chi è il decisionista della coppia. Michelle fa il clima, detta legge, taglia teste di consiglieri mentre serve verdure di stagione alla tavola del docile marito; il libro offriva un’oleografia della first lady a tal punto dettagliata che per non rimpicciolire la figura dell’altro inquilino della Casa Bianca le è toccato andare in televisione a spiegare che non è la “angry black woman” che esce dal ritratto, ma una silenziosa spalla sulla quale il commander in chief può appoggiarsi in qualsiasi momento.
23 AGO 20

Tutti sanno che in famiglia quello infaticabile quando si tratta di cambiare il mondo non è lui, Barack, ma lei, Michelle. Non c’è bisogno di aver letto il racconto a tinte morbide del lavaggio dei panni sporchi della Casa Bianca fatto da Jodi Kantor e pubblicato con un titolo da telefilm anni Ottanta, “The Obamas”, per sapere chi è il decisionista della coppia. Michelle fa il clima, detta legge, taglia teste di consiglieri mentre serve verdure di stagione alla tavola del docile marito; il libro offriva un’oleografia della first lady a tal punto dettagliata che per non rimpicciolire la figura dell’altro inquilino della Casa Bianca le è toccato andare in televisione a spiegare che non è la “angry black woman” che esce dal ritratto, ma una silenziosa spalla sulla quale il commander in chief può appoggiarsi in qualsiasi momento. Come a dire: non sono mica come quelle first lady che dopo una vita a bordo campo si fanno prendere dalla smania di protagonismo; sono emancipata e indipendente, e ci mancherebbe altro, ma ho il senso del ruolo e delle proporzioni, io.
Da allora si è buttata con ancora più ardore nelle campagne umanitarie. Attraverso la raffinata arte dell’orto ha coltivato l’immagine del complementare filantropico del marito, entrambi impegnati a salvare il pianeta in una sinergia perfetta, ma ciascuno con le proprie specificità e il proprio stile. Lui naturalmente governativo e immerso nei giochi tattici della politica; lei altrettanto naturalmente dedita alle battaglie civili di ampio respiro, tipo l’obesità infantile. Per la sua campagna “Let’s Move” si è inventata più o meno qualsiasi cosa, dalla mietitura promozionale alle corse della salute con orde di bambini normopeso (per sottolineare l’importanza della prevenzione: nessuno è immune). L’ultima trovata è il disco rap per spiegare l’importanza della linea con un linguaggio che il mondo giovanile può afferrare con più agio.
A settembre uscirà un album prodotto e benedetto dalla first lady fatto di rime gravi sui pericoli dei carboidrati e ritornelli orecchiabili sul potere antiossidante del succo di mirtillo, ma nella lista degli artisti non c’è traccia dei big che avevano dato lustro alla campagna di Michelle nella fase di lancio. Beyoncé, che aveva scritto una canzone per promuovere l’iniziativa, è stranamente scivolata fuori dalla line up, e non ci saranno nemmeno i grandissimi artisti che hanno allietato tante serate eleganti alla Casa Bianca. Al loro posto c’è un misto di musicisti di cui non si è mai sentito parlare e di quelli di cui si è sentito parlare in un’altra epoca, vecchie glorie rispolverate per l’occasione tipo Run Dmc. Michelle non canterà e non ballerà. Si limiterà a comparsate promozionali nei dieci video che verranno distribuiti assieme nelle scuole americane una volta pubblicato “canzoni per un’America più in salute”, questo il titolo del disco a sfondo educativo, ma certamente ha approvato testi e titoli di canzoni del calibro di “U R What You Eat”, una specie di Feuerbach del ghetto, o della meno filosofica “We Like Vegetables”, il cui titolo è stato modificato rispetto all’originale “Veggie Luv”: meglio andare dritti al punto.
Altro che corsa alla Casa Bianca
Monifah, Los Barkers!, The Happiness Club, Babi Floyd e altri artisti non esattamente fondamentali per le sorti del genere hanno riempito di contenuto musicale la cornice filantropica costruita da Michelle con una campagna ossessiva che s’innesta su qualunque supporto e s’adegua a ogni via di comunicazione. Per una strana legge dei ricorsi storici spunta anche dalle nebbie degli anni Zero il magrissimo batterista dei Blink 182, Travis Barker. Le diciannove canzoni sono inni programmatici in versi scritti per magnificare gli ideali puri di una first lady che mette il naso volentieri negli affari dell’inner circle del marito, ma ancora più volentieri contribuisce all’ambiziosa campagna per salvare il mondo. Altro che corsa alla Casa Bianca.
A settembre uscirà un album prodotto e benedetto dalla first lady fatto di rime gravi sui pericoli dei carboidrati e ritornelli orecchiabili sul potere antiossidante del succo di mirtillo, ma nella lista degli artisti non c’è traccia dei big che avevano dato lustro alla campagna di Michelle nella fase di lancio. Beyoncé, che aveva scritto una canzone per promuovere l’iniziativa, è stranamente scivolata fuori dalla line up, e non ci saranno nemmeno i grandissimi artisti che hanno allietato tante serate eleganti alla Casa Bianca. Al loro posto c’è un misto di musicisti di cui non si è mai sentito parlare e di quelli di cui si è sentito parlare in un’altra epoca, vecchie glorie rispolverate per l’occasione tipo Run Dmc. Michelle non canterà e non ballerà. Si limiterà a comparsate promozionali nei dieci video che verranno distribuiti assieme nelle scuole americane una volta pubblicato “canzoni per un’America più in salute”, questo il titolo del disco a sfondo educativo, ma certamente ha approvato testi e titoli di canzoni del calibro di “U R What You Eat”, una specie di Feuerbach del ghetto, o della meno filosofica “We Like Vegetables”, il cui titolo è stato modificato rispetto all’originale “Veggie Luv”: meglio andare dritti al punto.
Altro che corsa alla Casa Bianca
Monifah, Los Barkers!, The Happiness Club, Babi Floyd e altri artisti non esattamente fondamentali per le sorti del genere hanno riempito di contenuto musicale la cornice filantropica costruita da Michelle con una campagna ossessiva che s’innesta su qualunque supporto e s’adegua a ogni via di comunicazione. Per una strana legge dei ricorsi storici spunta anche dalle nebbie degli anni Zero il magrissimo batterista dei Blink 182, Travis Barker. Le diciannove canzoni sono inni programmatici in versi scritti per magnificare gli ideali puri di una first lady che mette il naso volentieri negli affari dell’inner circle del marito, ma ancora più volentieri contribuisce all’ambiziosa campagna per salvare il mondo. Altro che corsa alla Casa Bianca.